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Ecco perché canto …

Mi sento chiedere spesso: “Ma dopo trent’anni non ti sei ancora stancata di cantare, e tutte quelle prove non sono noiose?”. Stancarmi? Il coro è la mia seconda pelle, l’ho visto nascere, crescere, l’amo di un amore fedele e geloso ed ogni incontro con “lui” è atteso con gioia. Mi piace cantare e l’ho sempre fatto fin da piccolissima. Considero la voce umana uno strumento prodigioso e cosa può esserci di più bello che usarlo assieme ad un gruppo di amici per fare musica? Le prove non sono per niente monotone, semmai lo potranno essere i vocalizzi, ma so che servono ad irrobustire la voce e mi sottopongo volentieri al supplizio.
Col tempo  tra i coristi s’instaura un legame forte, un’amicizia speciale, fatta di complicità, di piccoli sfottò, di nomignoli, di modi di dire: ciucia rue, per esempio è definito chi non è pronto negli attacchi e si accoda sempre gli altri.
Durante le prove non mancano battute spiritose che, se in passato provocavano i rimbrotti dell’insegnante, attualmente sembrano, invece, molto apprezzate!
Se le prove non sono noiose non sono neanche uno spasso e si lavora duramente. Dopo i vocalizzi si incomincia a cantare. All’interno delle varie sezioni abbiamo ognuno il nostro posto. La mia voce è sostenuta e completata da quelle vicine. Nessuna dovrà emergere, e proprio la fusione di tutte andrà a costruire quel colore particolare che caratterizza ogni coro. La prova è un vero e proprio laboratorio. Prima si lavora a sezioni singole, poi piano piano si mettono insieme le varie voci. Il direttore con la sua capacità e pazienza ci fa comprendere il modo migliore di interpretare il brano. Quando il lavoro è terminato e il coro riesce a corrispondere pienamente, il risultato è bellissimo: con l’armonia creata rivivono i sentimenti e le emozioni che hanno ispirato l’autore. In quel momento ci si sente ripagati di tutte le fatiche e di tutte le rinunce che comporta far parte di un coro.
Certo è bello anche cantare per il pubblico e cercare di esprimere il meglio. Determinante per questo è la capacità del direttore di saperci tenere in pugno e di coinvolgerci totalmente. Quando succede, si possono vivere dei momenti di grande suggestione. Ne ricordo uno. Rivedo il coro spiegato sul palco e il pubblico in ombra. Stavamo eseguendo: Ninna Nanna Romagnola, un canto che una mamma dedica al suo bambino morente. Il maestro ci trascinava con impeto su quella partitura di grande pathos, sentivo il coro rispondere con grande intensità. Avverto ancora in me la forte emozione di allora. Ma non ero stata la sola a commuovermi e mentre il brano volgeva al termine, vidi due lacrime scendere sul viso del maestro. Grazie maestro per quella profonda, appassionata partecipazione, non la dimenticherò mai.

La Susi

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